Il 16 giugno presso il Santuario di Maria Santissima di Carpignano, a Grottaminarda, in provincia di Avellino, si è tenuto il IV Convegno del Volontariato Penitenziario della Regione Campania “L’affettività: il detenuto tra la Famiglia, la Strada, il Carcere”.

Affidata alla guida di Mons. Pasquale Cascio, Vescovo Delegato delle carceri, la giornata ha preso l’avvio, sotto l’egida della preghiera, con la recita dell’Ora Media.

La scelta della location non è stata casuale: è stata l’occasione anche per onorare il Giubileo per gli 800 anni dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, conosciuti come Padri Mercedari, che ci hanno ospitato. La Congregazione, ci ha spiegato Padre Nicola Di Rienzo prossimo alla celebrazione del 50° della sua ordinazione sacerdotale, è stata fondata da Don Pietro Nolasco nel 1218 a Barcellona ed i suoi membri, oltre ai tre voti canonici di castità, povertà ed obbedienza, ne emettono un quarto: il voto di redenzione perché i Mercedari “stanno” con gli ultimi. Liberi per liberare è, infatti, il loro motto e si impegnano a sostituire con la loro persona i prigionieri in pericolo di rinnegare la fede.

Durante la meditazione Mons. Cascio ha sottolineato, tra l’altro, che dobbiamo ringraziare Dio per il bene che ci fa compiere per i nostri fratelli detenuti: è grazia di Dio! È una comunione che si allarga: noi dobbiamo essere di aiuto, di sostegno e di promozione in carcere. Nel “ministero carcerario” un difficile discorso risulta quello che concerne il correggere in quanto ognuno di noi cerca delle scappatoie. Eppure dobbiamo accettare la correzione: il Signore ce la farà arrivare quando meno ce l’aspettiamo … e perché no? Anche dai nostri fratelli detenuti. È dell’essere figli contemplare anche l’essere corretti. Bisogna recuperare il senso della figliolanza, secondo il Salmo 118 “Io sono come un otre esposto al fumo, però non dimentico i tuoi insegnamenti”. Alla luce di questa figura, cerchiamo di immaginare come si deve sentire un nostro fratello detenuto che vuole sentirsi “utilizzato”. Tentiamo di contribuire affinché non diventino “inutilizzabili” … una pelle che si secca, poi si spacca e fa acqua da tutte le parti. I detenuti contano, sovente, i giorni che li separano dall'uscita o dal momento in cui la cordicella si spezza e l’otre non serve più a niente e va a terra. La grande opera che dobbiamo compiere nel carcere è quella di riformulare le relazioni. La Chiesa, è vero, arriva “dopo” in molte circostanze del mondo; ma, in una, arriva sempre prima ed è la carità.

I saluti istituzionali sono stati porti dal Sindaco del Comune di Grottaminarda, Dott. Angelo Cobino che ha manifestato il suo onore e piacere nell'essere presente ad un simile evento, ha fatto i complimenti anche per il manifesto del Convegno, denso di significato e ha voluto esprimere i suoi ringraziamenti a chi aiuta gli altri.

La Prof.ssa Andreana Esposito, Associata di Diritto Penale all'Università della Campania “Luigi Vanvitelli” ha visualizzato l’inizio della sua Relazione con l’icona degli affetti che vengono chiusi, dagli ospiti, fuori dalle porte del carcere in quanto è il Principio del Controllo a regolare la vita del detenuto. Tutta la detenzione dovrebbe mirare a facilitare il reinserimento delle persone private della libertà personale nella vita sociale. A differenza che in Italia, in molti altri Paesi dell’Unione Europea, all'interno delle strutture, ci sono luoghi deputati alle relazioni, agli affetti, all'intimità con una disponibilità fino a 72 ore fruibili. In Francia sono edificate unità abitative per le visite familiari e stanze per le visite intime che garantiscono il completo rispetto della privacy. In Canada, già negli anni ’80, erano allestite roulottes adibite a questo scopo. In seguito all'intervento del Magistrato di Sorveglianza di Firenze, sono state ideate, presso la struttura di Milano Opera, le stanze dell’affettività. Il secondo aspetto ad essere limitato è il rapporto con i figli minori. Bisogna considerare che, mentre da un lato va preservato il diritto del bambino a vivere fuori delle mura carcerarie, custodendolo dall'ambiente circostante, è necessario garantire un rapporto continuativo al genitore facendogli pervenire quegli elementi rassicuranti che riducono il senso di abbandono. Quello che non deve mai essere annichilita nel detenuto è la speranza, assicurandosi che abbia compiuto passi significativi nel senso del riscatto. Sarebbe interessante, ad esempio, che vigesse il principio della territorialità per umanizzare gli incontri e consentire un uso maggiore e più agevole delle modalità di comunicazione. La persona privata della libertà deve essere preparata al ritorno alla vita normale, fuori dal carcere perché la detenzione è un’eccezione che deve avere un termine. La professoressa ha voluto concludere la sua relazione con una citazione di Fedor Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.

Il Dott. Pietro Crescenzo Ph. D. Psicologo, CTU del Tribunale di Salerno, ci ha presentato una relazione multimediale che contemplava anche la proiezione del filmato “L’invito della follia” per analizzare il comportamento violento della persona di minore età che viene acquisito già nell'infanzia e che, successivamente, esplode con l’arrivo dell’adolescenza. E così si manifesta uno stile comunicativo prevaricatore in quanto il pensiero unico è una prepotenza. Il bisogno di sicurezza viene appagato dall'aderire alle “regole” del branco. Ma poi c’è da considerare l’altra faccia della medaglia: il punto di vista dell’operatore. Sì, perché, nel momento in cui la riabilitazione fallisce, abbiamo perso in tanti sensi.

Riportiamo qui di seguito due degli interventi più significativi rilevati nel corso del dibattito:

• Don Cristian Sciaraffa, Cappellano della Casa Circondariale di Bellizzi Irpino AV: “Dove tutti vedono un detenuto che non vale nulla, noi vediamo tessuto umano, che vale tutto”.

• Don Francesco Esposito, Cappellano della Casa Circondariale di Poggioreale NA ha rivolto un accorato appello all’uditorio affinché i cappellani ed i volontari siano una forza profetica per dare voce al modo drammatico nel quale oggi si vive l’affettività nelle carceri: è un dramma per la vita di dopo. Sono le piaghe della nostra società. Quello che si toglie al detenuto quando entra in carcere è l’unica cosa che lo renderebbe realmente migliore: gli affetti. Da questo nasce l’esigenza di richiedere che venga redatta una lettera aperta al fine di sensibilizzare fattivamente a questo spinoso problema.

Le conclusioni sono state tratte da Mons. Cascio il quale ha esortato vivamente i volontari a nutrirsi di competenze perché “non possiamo mai ritenerci degli arrivati”. Ha avuto piacere di sottolineare il valore alto delle relazioni che tale deve essere per aiutarci ad andare all'altro. Ha fatto sua l’istanza presentata da Don Francesco Esposito esprimendo la sua volontà che la lettera aperta sia rivolta a tutti, anche ai detenuti affinché sappiano che si lavora per loro.

Dopo l’agape fraterna offerta dai Padri Mercedari, è stato proiettato il Film: “Le ali della libertà”.

Chi è online

Abbiamo 12 visitatori e nessun utente online