Seminario nazionale Ordo Virginum - febbraio 2017

“Stupite il mondo con una vita credibile e attraente. L’Evangelii Gaudium interpella l’Ordo Virginum”: questo è il tema che ha guidato le circa ottanta consacrate e consacrande giunte a Roma da ogni parte d’Italia per l’annuale seminario di approfondimento sul carisma della verginità consacrata nel mondo.

Molteplici sono le ragioni per ringraziare il Signore di questi due giorni vissuti insieme: la gioia di ritrovarsi, riabbracciarsi e scoprirsi sempre più numerose; la bellezza di pregare insieme e di confrontarsi apertamente nei lavori di gruppo, nell’arricchimento reciproco; il meraviglioso panorama offerto dalla location “Casa tra noi”, con tanto di Cupolone quasi a portata di mano; il saluto caloroso e incoraggiante di Mons. Oscar Cantoni, Vescovo di Como e delegato CEI per l’Ordo Virginum; il grande dono di avere con noi, dopo una decina d’anni dall’ultima volta, Mons. Vincenzo Pelvi, Arcivescovo di Foggia-Bovino, che ha accompagnato come delegato l’Ordo Virginum della diocesi di Napoli ed è stato una presenza paterna e luminosa durante alcuni incontri nazionali.

“Tutto quello che è Chiesa è Ordo Virginum, tutto quello che è Ordo Virginum è Chiesa. È tutto un impasto. L’OV è indefinibile e indescrivibile, perché entra pienamente nel mistero dell’unione tra Cristo e la Chiesa: è questa la profondità teologica che bisogna riscoprire. Perciò, se la Chiesa dorme è perché l’Ordo Virginum non è sveglio o non invita al risveglio”: questo è il primo punto su cui Mons. Pelvi ci ha invitato a riflettere con attenzione.

Il secondo passaggio è accogliere il dono della verginità consacrata come “esperienza di umanizzazione più piena”: “il carisma dell’OV, anche se incarnato in una Chiesa locale, non è un patrimonio chiuso. La vergine consacrata non deve perdere di vista l’umano, deve mostrare le logiche ‘altre’ di Dio”. E ciò deve portare a “cercare la felicità di chi ci sta accanto, ad essere sempre ‘in uscita’, non giudici implacabili in abitudini in cui ci sentiamo tranquilli”.

“Siete donne ‘dedicate’ e ogni giorno siete chiamate a vivere un processo di trasfigurazione per entrare sempre più nello stile di Gesù, che è quello di ascolto del Padre. Cercate quello che cerca Gesù, amate quello che ama Gesù! È Gesù che vi insegna come stare nel mondo, come vivere la ‘missionarietà’: ‘date loro voi stessi da mangiare’. Adoperate la grammatica della gioia, che nasce dal Vangelo, dalla gratuità, dall’incontro”.

Come essere nel mondo, ma non del mondo? “Abitate i contesti umani con radicalità, tornate alla teologia dell’incarnazione, siate esperienza di freschezza. Nella vostra regola di vita personale c’è il vostro modo di stare nel mondo. Chiedetevi sempre: quale benedizione porta al mondo la mia scelta? Siate profezia, superando il soggettivismo vocazionale e allargando gli orizzonti. Siate tenerezza, che non è mollezza o banalità, ma vigore e determinazione di vivere la fraternità oltre ogni conflitto. Non siete chiamate ad essere un faro, perché rischiereste di abbagliare e di creare ancora più disorientamento, ma dovete essere fiaccole che illuminano e accompagnano con dolcezza e rispetto”.

Scendendo a un livello ancora più personale ed intimo, Mons. Pelvi ha ricordato che “la consacrazione non è una sistemazione, è un percorso. Nel chiamarvi, Dio dice: ‘conto su di te’. Non chiedetevi: dove siamo? dove andiamo? State tranquille: se c’è il dono della consacrazione è già segno che il Signore vi vuole bene. La vitalità del carisma dipende dallo Spirito che lo abita. Chiedetevi piuttosto: forse non stiamo più camminando? ci siamo sedute?”.

Ripercorrendo il Vangelo della domenica, è imprescindibile la domanda: “chi è il padrone della mia vita?”. Infatti, “non sono del Signore se sono di me stesso. Devo espropriarmi di me stesso per entrare nella volontà di Dio. Dio provvede sempre: cresciamo nella certezza che Dio sta dalla nostra parte!”.

Talvolta sperimentiamo la fatica, la stanchezza, i dubbi, la fragilità: “non guardate l’abito della natura umana come una camicia di forza, ma piuttosto come un abito da ballo, perché tutto è grazia. Il tempo della fragilità è quello in cui ci riscopriamo bambini tra le braccia di Dio. Il passato è perdonato, il futuro è donato, il presente è la storia della tenerezza di Dio per noi”.

Il rischio più frequente è quello di imboccare delle “scorciatoie”: “con gli anni ci riprendiamo quello che abbiamo donato. Scorciatoia è incapacità di donarsi fino in fondo, di più. Scorciatoia è mancanza di fede e di generosità”.

È necessario recuperare anche la dimensione del “sogno”: “tutta la Chiesa deve approfondire la distinzione tra come Dio la sogna e la sua realtà storica. Vi invito a sognare, a puntare tutto sulle relazioni interpersonali: è questo il futuro della Chiesa. Il primo ambito in cui dobbiamo crescere è la fraternità con chiunque incontriamo. Spesso rischiamo di imprigionare Dio in sovrastrutture umane, ma non è veramente umano ciò che non è fraterno. Non abbiamo bisogno di organizzazioni, di strutture, dobbiamo essere Chiesa – comunità aperta che accoglie con cordialità e calore”.

Infine, è importante riscoprirsi “ordo”: Accoglietevi l’un l’altra come dono, curate le relazioni: è nella comunione, anche se costa fatica, che un carisma diventa fecondo. L’OV è un’unità pluriforme, così come il matrimonio è un’unità duale. La comunione vera non è 1 + 1, ma il tutto nell’uno e l’uno nel tutto”.

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