«In ogni cosa rendete grazie (1Ts 5,18): Ordo Virginum custode della spe­ranza»: questo il tema dell’annuale tappa di riflessione ed approfondimento, di preghiera e condivisione, che vedrà giungere a Bergamo (dal 27 al 29 agosto) da ogni parte d’Italia, consacrate, in formazione e interes­sate ad approfondire il rito della consecratio virginum.

E davvero sono «custodi della speranza» que­ste donne che incarnano una «provocazione» per la mentalità odierna: è possibile scegliere Cristo «al di sopra di tutto» (dalla preghiera di consacrazione) e vivere nel mondo, «comple­tamente immerse ed esposte» (padre Ame­deo Cencini), nella ferialità intessuta di lavo­ro e di relazioni sociali, testi­moni della duplice fedeltà al Cielo e alla terra?

È una forma di vita consa­crata che lascia completa­mente «spiazzati» per la sua essenzialità: coloro che, do­po un attento percorso di di­scernimento e formazione, vengono consacrate dal ve­scovo diocesano, continuano a vivere nel proprio contesto sociale, «senza alcun parti­colare cambiamento esterio­re (Benedetto XVI, in occa­sione dell’Incontro Interna­zionale del 2008), con una semplicità che ri­specchia, allo stesso tempo, la freschezza del­le origini e l’originalità del Concilio Vaticano II. Infatti, il ripristino del rito di consacrazio­ne delle vergini, stabilito dalla costituzione «Sacrosanctum Concilium», è stato il frutto della sintesi tra il profondo rinnovamento ec­clesiale ed il forte recupero dei valori evange­lici, nonché segno di grande fiducia e speran­za nei confronti del «genio femminile». E, co­sì, un prezioso tesoro della liturgia, risalente addirittura al IV secolo (la preghiera consa­cratoria è attribuita a papa Leone Magno), è stato riscoperto dopo secoli di oblio nei qua­li le «virgines sacratae» erano esclusivamente nei monasteri! Ed è stata sicuramente un’in­tuizione dello Spirito Santo, visto che nel giro di quaranta anni (il decreto che promulga il ri­to revisionato è del 31 maggio 1970) ben 450 donne in Italia (e oltre 4.000 nei cinque con­tinenti!) hanno risposto alla chiamata d’amore del Signore, diventando sue spose sulle stra­de del mondo! Ma in pratica… cosa fanno queste donne che ricevono pubblicamente dal vescovo diocesano l’anello delle mistiche nozze con Cristo, icona della Chiesa Sposa e profezia della vita futura in cui «non si pren­derà moglie né marito» (cfr. Lc 20,35)? In con­trotendenza con la mentalità utilitaristica del «fare», le vergini consacrate testimoniano l’im­portanza dell’'essere', come ha efficace­mente espresso il vescovo di Rimini France­sco Lambiasi, presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata del­la Cei, in occasione dell’Incontro nazionale tenutosi lo scorso anno a Loreto: «Siete come un ostensorio nel mondo. Voi ci dite che il Bat­tesimo basta, che ci fa cristiani e cristofori in tutto ciò che facciamo».

Ogni consacrata, in un cammino personale, ma al tempo stesso immerso nel respiro del­la Chiesa diocesana, nella preghiera e nei ser­vizi ecclesiali eventualmente svolti (definiti in accordo con il vescovo proprio perché non e­siste un servizio specifico), nell’impegno pro­fessionale e sociale, nello stile di vita di chi «è nel mondo ma non del mondo», è presenza di un mistero d’amore che fa sollevare lo sguardo al Cielo.

C’è chi grida allo «spreco» perché la testimo­nianza dell’Ordo Virginum è data dall’essere donne consacrate nel mondo, non dall’even­tuale servizio pastorale che svolgono nella Chiesa. Questa non è prerogativa di chi si con­sacra, ma di tutti i battezzati. La loro vocazio­ne è di «essere» prima che di «fare» e questo spesso non è compreso: niente di nuovo! Lo aveva già previsto Gesù duemila anni fa: «chi può capire capisca» (Mt 19,12).

(Avvenire, 24 agosto 2011, pag. 23)

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